+ 39 3420496311
9:00 - 18:00
Lun - ven

: Clarissa Cusimano

copywriter significato perché si dice
Vita da nomade digitale - il bisogno di fidarsi

Vita da nomade digitale – il bisogno di fidarsi

Una vita da nomade digitale accresce il bisogno di fidarsi degli altri.

Dov’è la fregatura? Ditemelo voi.

Sono in Spagna e ieri mi sono successe due cose che mi hanno fatto vibrare l’anima.

Tutto è cominciato solo qualche ora prima, quando ho preso d’istinto la decisione di ridurre ulteriormente il peso della valigia che mi porto dietro.

Da quando ho iniziato questa vita da nomade digitale, mi sono liberata di tanti carichi che sostenevo da troppo tempo.

Alcune di queste zavorre erano oggetti superflui, che non aggiungevano nulla al valore della mia persona.

Da piccola, sono cresciuta in una famiglia di accumulatori compulsivi: io, per converso, mi sono sempre liberata anche del necessario.

Da quando sono adulta, invece, la scelta di vivere una vita minimalista non germoglia dalla sofferenza, ma da esigenze pratiche, dal mio bisogno di non sentirmi schiava di niente e dalla scelta di compiere un percorso verso uno stile di vita più sostenibile.

Ieri, quindi, ho messo in vendita online alcuni degli ultimi oggetti che mi erano rimasti: li avevo tenuti perché mi confortavano in quelle sere in cui mi capita di avere bisogno di un abbraccio materno.

Una chitarra, un giradischi.

vita da nomade digitale - il bisogno di fidarsi

Sono arrivate tantissime richieste, soprattutto da italiani, e alla fine due persone diverse si sono candidate per l’acquisto.

È in questa fase che mi succede di avvertire una titubanza. A cos’è dovuta?

All’esigenza dei potenziali compratori di entrare in casa mia per valutare i prodotti. Dopotutto, stiamo parlando di sconosciuti.

Il mio amico disturbo da stress post traumatico, in questo, non mi agevola.

In quei momenti, però, mi dico di avere fiducia. Mi spingo a credere che non tutti partano con l’intenzione di fregare il prossimo, che non sempre ci sia un secondo fine.

Così ho spalancato la porta del piso compartito che mi sta accogliendo in queste settimane. Ho accolto degli sconosciuti in casa mia e quello che ne è venuto fuori è stato qualcosa di incredibile.

Vi ho detto che ieri mi sono successe due cose che mi hanno fatto vibrare l’anima.

La prima è stata la forza di volontà e l’apertura mentale di Mario, 40 anni circa, che non si è limitato alla compravendita, ma ha voluto conoscere la mia storia.

Io gli ho raccontato del mio percorso dalla Sicilia e di quale sia il mio progetto di vita.

Lui si è immediatamente offerto di dare il mio contatto a chiunque conosca e sappia stia cercando un Content Creator.

Non ha fatto la minima contestazione sul prezzo della chitarra. Si è seduto sul divano, ha suonato qualcosa, mi ha guardata dritta negli occhi e mi ha detto: “La tua Ibanez sarà in buone mani. Verrà suonata ogni sera dai miei amici al Tapas pub. Vieni pure quando vuoi a ritrovarla”.

Queste parole, seppur semplici, mi hanno rincuorata. Sono arrivate nella maniera più gentile e nel preciso momento in cui ne avevo bisogno.

La seconda è stata la solarità di Ylenia, 25 anni circa, che lavora come cameriera e che mi ha confessato perché ha sentito il bisogno di comprare il mio giradischi: nelle sere in cui non lavora, in una città che non conosce, si sente sola.

E la capisco bene.

Ylenia si è offerta immediatamente di cercarmi una stanza che mi accolga dopo il mio soggiorno in questo appartamento. Ho apprezzato tantissimo, perché non è stata una frase fatta: arrivata a casa, si è mobilitata immediatamente e mi ha ricontattata. Abbiamo parlato tutto il pomeriggio.

Ringrazio entrambi, ma non ce n’è bisogno: tra poche settimane ricomincerò il mio viaggio.

Probabilmente non rivedrò più né Mario né Ylenia, ma quello che mi hanno dato, quello che mi hanno trasmesso tutte le persone che ho conosciuto negli ultimi mesi, questo, non lo perderò mai.

Ho imparato a fidarmi di più delle persone, a non stare sempre sul chi va là, a mostrarmi aperta e sorridente.

Da quando il mio approccio è questo, mi si sono spalancate porte che non avevo neanche immaginato esistessero.

E in tutto questo non posso che dire grazie al mio lavoro e alla possibilità di occuparmene full remote, ovunque voglia e quando voglia.

E grazie anche alle persone con cui collaboro, perché sto entrando in contatto sempre di più con realtà che condividono i miei valori, che viaggiano verso la mia stessa direzione e che comprendono come queste esperienze siano formative per una 27enne come me.

generazione 20 parole

Adoro, bomber, maiunagioia e l’abuso di termini della “generazione 20 parole”

Non è semplice definire quando tutto questo sia iniziato né delineare perfettamente le dinamiche che hanno portato all’uso improprio e all’abuso di termini italiani o inglesi, tanto pronunciati e digitati dalla cosiddetta “generazione 20 parole“.

Per “generazione 20 parole” si intende un gruppo di adolescenti o di giovani adulti, che, secondo uno studio del 2010 condotto da Tony McEnery, professore di Linguistica alla Lancaster University, sarebbe “in grado” di comunicare mediante l’esclusivo uso di 20 termini. Si tratta dell’utilizzo spropositato di vocaboli come “yeah”, “but”, “no”, “chenzed”, “spong” e “lol”, che avrebbe messo in allarme Jean Gross, consulente del governo britannico per le politiche sulla comunicazione giovanile.

L’impoverimento del vocabolario linguistico, diventato sempre più essenziale negli ultimi anni, è una tendenza assai diffusa anche all’interno del nostro Paese. Il fenomeno non coinvolge, come in passato, coloro che hanno difficoltà a migliorare la qualità del proprio eloquio (e che esagerano con gli “assolutamente” e gli “infatti” per dire “sì” o con i “praticamente” e i “tipo” per spiegare concetti), ma chi introduce volontariamente termini dal dubbio significato al fine di omologarsi a un gergo che ormai confluisce anche nel registro formale.

Più che di un’inclinazione da evitare, si parla di una moda da inseguire e di cui andare assolutamente fieri. Non c’è più spazio per la guerra dei grammar nazi, sostituita da quella di chi, per gioco o per timore di non essere compreso, si abbandona agli abusatissimi “top”, “super”, “fra”, “bella”, “tanta roba” e chi più ne ha più ne metta.

Alcuni dei termini inseriti in maniera più che decontestualizzata sono stati introdotti o ricostituiti da personaggi che hanno acquisito notorietà sul web per la loro attitudine al “trash“. Si tratta di soggetti che spiccano per la loro particolare “ignoranza” e che, nonostante inizialmente suscitino nel pubblico emozioni comprese tra l’ilarità e l’indignazione, finiscono per ispirare coloro che più facilmente si lasciano entusiasmare dalle tendenze.

Prendiamo il caso del termine “bomber“. Se fino a dieci anni fa mi avessero chiesto il significato di questa parola, avrei risposto “il capocannoniere di una squadra di calcio” e anche “un tipo di giubbotto”. Oggi, invece, direi senza dubbio “chi, pur non avendo particolari talenti o meriti, si dà delle arie” e anche “chi emerge in un ambito nonostante non ne abbia le capacità” e infine “termine con cui molti giovani si chiamano ironicamente tra loro”.

“Bomber” è stato sviscerato dal suo significato imposto dall’alto, per assumerne un altro prescritto invece dal basso, in particolar modo dal genere maschile. Chi abusa di questo termine può, per qualche istante, sentirsi parte di un gruppo affiatato e in sintonia, simile a quello degli ultras che intonano un coro fanatico da stadio; chi viene chiamato con questo soprannome, invece, può godersi il suo attimo di gloria.

Soffermiamoci ora su “adoro“. Usato prevalentemente dal genere femminile, questo verbo non è stato ampliato nel suo significato come nel caso di “bomber”, ma ha subito un altro tipo di variazione. Oggi sembra non avere più senso usare il predicato in relazione a un soggetto che compie l’atto di venerare un’entità (sia essa una statua o una persona o una divinità o un’icona), lo ha invece accostarlo pressoché a ogni cosa.

Vedono una cosa che a loro piace? Ecco che dicono: Adoro. Una che fa ridere? Adoro. Il pilates? Adoro. L’insalata greca? Adoro. Gli stivali con le borchie? Adoro. La mostra di Warhol – il lilla della nuova linea della metropolitana – le Baleari? Adoro-Adoro-Adoro. Cit. Corriere della Sera

L’improprio uso di “adoro”, oltre che stucchevole in maniera demoralizzante, è un po’ lo specchio della società consumistica che rivolge l’amore incondizionato unicamente verso i suoi feticci. La religione si orienta ora ai beni materiali, che a differenza del Dio non hanno esigenza di possedere anima e astrazione, e naturalmente non presuppongono la fede e lo sforzo di “credere senza vedere”.

Prendiamo ora il caso di “maiunagioia“. Questa formula, scritta rigorosamente tutta unita e spesso preceduta da un hashtag, è uno slogan entrato di moda nel corso del 2013. A differenza di “bomber” e di “adoro”, il “maiunagioia” ha mutato profondamente le modalità con cui gran parte della società si approccia al web (e non solo…) e ha condizionato in particolare la fascia 17 – 30, rendendola sempre più incline a “fare schifo” e alla “depressione facile”.

Il maiunagioia è ormai un tormentone che riflette uno stato d’animo talmente diffuso, da raccogliere consensi in tutti i settori. La generazione 20 parole si è spostata dal piano linguistico a quello delle emozioni, sentendosi sempre più in diritto di lamentarsi di ogni cosa.

Le discussioni sul tempo meteorologico sono state ampiamente sostituite dalle lamentele sulla sessione estiva d’esami e sull’incapacità di portare a termine un binge watching come si deve. “Facciamo schifo insieme” è uno degli inviti che è più facile sentire nei week end invernali e il senso di “disagio” è il più avvertito da molti esponenti dei Millennials.

Dove ci condurrà il mutamento linguistico dell’era digitale?

Il web con i suoi social networks ha ridotto le distanze degli utenti, favorendo la globalizzazione virtuale e rendendo lo scambio di informazioni sempre più immediato. È proprio a causa di questa “immediatezza a ogni costo” che tra i giovani si diffonde l’uso di abbreviazioni come come “cmq”, “xché”, “tvb”, portate poi all’esasperazione con l’introduzione delle “k”.

Lo scenario, specialmente negli ultimi 6-7 anni, sembra essere profondamente mutato. L’utilizzo delle abbreviazioni, che rispondeva a una necessità ben definita, è stato sostituito dall’introduzione di nuovi termini, i quali, più che da un’esigenza linguistica, hanno origine da un bisogno generazionale, quello di riconoscersi, di omologarsi, di essere parte della folla e di diventare in qualche modo protagonisti di un fenomeno.

Se l’inclinazione all’abbreviazione è stata ampiamente combattuta da chi si faceva paladino della lingua italiana, la disposizione alla nascita di nuovi termini o alla ricontestualizzazione di quelli già esistenti, invece, viene ampiamente cavalcata dai media. Basta vedere, ad esempio, come le ultime campagne pubblicitarie citino la formula trendy “X is the new Y”.

Considerata la rapidità con la quale cambiano le dinamiche del web, non è facile prevedere dove ci condurrà il mutamento linguistico dell’era digitale. Quello che sembra certo è che vi è una tendenza in aumento: la capillare diffusione di termini che, più che il senso pratico, nutrono la comunicazione commerciale.